Libri e articoli pubblicati

Direttore della collana editoriale “Libri in tasca” per EPC Editore.

https://www.epc.it/Prodotto/Editoria/Libri/Collana-Libri-in-tasca/3396

Bulli e cyberbulli ora basta! a cura di Maurizio Costantini e Antonella Gianandrea, Editore EPC

https://www.epc.it/Prodotto/Editoria/Libri/Bulli-e-cyberbulli-ora-basta/4469

             PUBBLICAZIONI

  • Costantini Maurizio (2015), “Il counselling psicologico universitario: l’esperienza del Centro di Ascolto Psicologico dell’Università degli Studi “Roma Tre”, PSICOIN, rivista dell’Ordine Psicologi Marche.
  • Costantini M., A. Gianandrea, (2015), “La psicoterapia ad orientamento psicodinamico”, Il Caduceo – Rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica”, Vol 17, n. 2.
  • Costantini , M. , Cuscunà G.,  Giannottu G. Puglia B., (2005) “Un progetto pilota del Centro di Ascolto Psicologico dell’Università degli Studi “Roma Tre” per le psicopatologie gravi” in Fiore, (a cura di) “L’assistenza psicologica nei processi della formazione universitaria”, Edizioni G. Laterza.
  • Costantini  M., Puglia B., Antinori M. (2002) “Studenti Protagonisti – indagine sulle relazioni tra adolescenti, famiglia e scuola condotta con gli studenti dell’XI Municipio – Editore Di Renzo .
  • CostantiniI M., P. Crisara, (2001), Vita dell’Infanzia – Rivista dell’Opera Nazione Montessori –  “Storie di bambini tra casa e scuola”, (anno L – N. 4).
  • Costantini M. (2000) “Autonomia, standard di qualità e competenze psicologiche degli insegnanti”. In Cosimo Guido (a cura di), “La scuola italiana tra obiettivi e standard”, Edizioni Opera Nazionale Montessori.
  • Costantini M., L. R. Baldaccini, (2000), Vita dell’Infanzia – Rivista dell’Opera Nazione Montessori –  “Storie di bambini”, (anno IL – N. 3).
  • Costantini M., L. R. Baldaccini, (1999), Vita dell’Infanzia – Rivista dell’Opera Nazione Montessori –  “Storie di bambini”, (anno XLVIII – N. 10).
  • Costantini M. (1986) “Aspetti psicologici dell’inserimento lavorativo” in Autori Vari (a cura di), “Handicap : Integrazione lavorativa e nuova solidarietà”, Edizioni Iniziativa Comunitaria Horizon .
  • Costantini M., Berivi S., (1997) “I perché degli adolescenti”. In Porta G. (a cura di) Educazione e sessualità, Edizioni Grifo .
  • Costantini M., Cinotti F., (1996) , “Tam tam Aids”, Editore Sestante .
  • Costantini . et al., (1994) “Adolescenza e sessualità”, Edizioni AIED.
  • Costantini M. (1991) , “Adolescenti e Consultorio”,  Partecipazione, Rivista n. 8.

La psicoterapia a orientamento psicodinamico

“IL CADUCEO”, Rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica, a cura dell’U.S.I. (Unione Sanitaria Internazionale), Vol. 17, n. 2 -2015

Dott. Maurizio Costantini, Dott.ssa Antonella Gianandrea

Introduzione
Etimologicamente la parola psicoterapia viene dal greco “psichè” (anima, soffio vitale) e “therapeia” (cura).
I tentativi empirici del “prendersi cura” della sofferenza emotiva dei disturbi psichici risalgono all’antichità, spesso strutturati secondo gli assiomi dei sistemi valoriali delle diverse culture di riferimento.
Oggi la psicoterapia è divenuta una pratica consolidata sia all’interno delle strutture sanitarie pubbliche sia in ambito privato.
In Italia è riservata a Psicologi e Medici iscritti ai rispettivi Ordini professionali e si consegue mediante un percorso formativo presso scuole di specializzazione.
Infatti, la legge 18 febbraio 1989 n. 56 in materia di “Ordinamento della professione di psicologo” stabilisce che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, in ambito pubblico o privato, sia riservata a laureati in psicologia o medicina e chirurgia iscritti nei rispettivi albi; per tale attività la Legge prevede una formazione professionale da acquisire, dopo il conseguimento della laurea e dell’iscrizione all’Ordine, mediante corsi di durata almeno quadriennale presso scuole di specializzazione universitarie, o presso Scuole private autorizzate e riconosciute dal MIUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) attraverso un’apposita Commissione Ministeriale.

Che cos’è la Psicoterapia?
La psicoterapia è una pratica terapeutica basata su strumenti della psicologia clinica quali il colloquio, l’analisi interiore e del contesto, il confronto, l’ascolto, la relazione tra uno psicoterapeuta e la persona che, in un momento complesso della propria vita, avverte una particolare sofferenza psicologica di diversa natura, che può manifestarsi sotto forma di ansia, fobia, instabilità dell’umore, disturbi del comportamento alimentare, disturbi psicosomatici, etc.
Spesso sono proprio i sintomi che spingono le persone a chiedere aiuto allo psicoterapeuta, sintomi che possono essere legati alle varie vicissitudini della vita, legati ad esempio alla relazione di coppia, alle diverse fasi del ciclo di vita, alle difficoltà con i propri figli, ai problemi di carattere lavorativo.
La psicoterapia prevede un percorso terapeutico che si realizza attraverso una serie di colloqui clinici. Oltre ad utilizzare il colloquio clinico, lo Psicoterapeuta può servirsi di strumenti di valutazione diagnostica che permettono, fin dall’inizio, di valutare l’entità del problema.
All’inizio del trattamento è importante concordare il “contratto terapeutico”, una sorta di accordo esplicito e reciproco, su degli obiettivi che il paziente intende raggiungere nel corso della psicoterapia. L’accordo contrattuale consente in pratica di stabilire e seguire una determinata direzione, facilitando nel paziente una maggiore chiarezza degli obiettivi da raggiungere.

La psicoterapia a orientamento psicodinamico
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, Sigmund Freud, medico e analista viennese, elaborò alcune teorie che contribuirono in maniera significativa allo sviluppo del pensiero psicanalitico e alla nascita delle successive terapie a orientamento psicodinamico.
Il termine “dinamico” sta a indicare l’esistenza di forze o attività psichiche (contenuti mentali) che possono entrare in conflitto tra loro. Tali forze condizionano i comportamenti che possono, talvolta, trasformarsi in manifestazioni o sintomi di un disturbo psichico.
Il lavoro psicoterapeutico a orientamento psicodinamico consiste prevalentemente nel cercare le cause dei conflitti e dei relativi sintomi e nell’individuare le dinamiche presenti tra i problemi dell’individuo e il suo contesto di riferimento.
Lo psicoterapeuta lavorerà dunque su quei modelli relazionali appresi nel passato dal paziente che provocano disagio, ma anche sulle attuali ‘false credenze’, sulle erronee interpretazioni della realtà, sull’attribuzione di significati inappropriati, sulla relazione individuo-contesto che genera il conflitto.
E’ proprio analizzando il rapporto tra l’individuo e il contesto, infatti, che è possibile facilitare il processo di consapevolezza e di comprensione delle dinamiche conflittuali.
Un altro aspetto importante di questo tipo di approccio terapeutico, è dato dal fatto che determinati aspetti conflittuali, che provocano disagio e sintomi psicopatologici, vengono indagati e approfonditi sulla base dell’influenza e della risonanza emozionale che si genera all’interno della relazione terapeutica.
Da questo punto di vista, infatti, la relazione che si stabilisce all’interno della psicoterapia, carica di contenuti proiettivi transferali, tale per cui la persona in terapia trasferisce sentimenti, pensieri, contenuti affettivi ed emozionali sul terapeuta, rappresenta una grande occasione per facilitare il processo terapeutico.
La psicoterapia rappresenta dunque la possibilità di accogliere ed elaborare la complessità della nostra esperienza tra vissuti ordinari ed eventi inattesi, cercando di trasformare aspetti quali, ad esempio, l’inquietudine e l’angoscia in una dimensione più accettabile e talvolta in fonti di creatività.
Ecco un esempio che, pur nella sua semplicità, dimostra quanto la psicoterapia possa contribuire al cambiamento:
Un giovane studente, alle prese con le difficoltà di studio, arrivò a una seduta, dopo alcuni mesi di lavoro psicologico, affermando: “Dottore ora mi è chiaro, anche gli errori possono diventare un’opportunità di cambiamento e di crescita, non mi sento più in colpa per le mie difficoltà di studio e sto guardando ai problemi con occhi diversi, tanto che ora ho ripreso a studiare, è aumentato il mio desiderio di conoscenza e le cose mi sembrano più chiare”.
Riguardo agli altri approcci teorici della psicoterapia, dobbiamo rilevare come, pur nella loro diversità teorica tutte le psicoterapie condividono l’obiettivo di aiutare le persone che presentano problemi e/o sofferenza affinché possano riappropriarsi delle proprie risorse e gestire le problematiche che stanno vivendo.
Nel caso in cui siano presenti sintomi di elevata gravità (depressione grave, eccessiva elevazione dell’umore, deliri, allucinazioni, etc.) lo psicoterapeuta, qualora sia uno psicologo, può avvalersi del contributo dello psichiatra per una terapia farmacologica. La terapia farmacologia in genere non si sostituisce al lavoro psicoterapeutico, ma lo affianca per permettere al paziente di portare avanti le normali attività della vita quotidiana e di usufruire di tutte le sue risorse per affrontare il momento critico.

La rappresentazione sociale dello psicoterapeuta
Non sempre le persone sono consapevoli del loro disagio e non sempre riescono a focalizzare l’origine dei loro problemi psicologici.
Infatti, nonostante l’aumento del disagio, nella nostra esperienza clinica, notiamo come un numero considerevole di persone chiede l’intervento allo Psicoterapeuta solo dopo un lungo periodo di sofferenza, affermando frasi del tipo “è da molto che pensavo di prendere contatto uno psicoterapeuta ma ero dubbioso sul chiedere aiuto a una persona sconosciuta!”
Emerge spesso la paura di “mettersi in gioco”, di “parlare di sé a uno “sconosciuto”, il terapeuta dunque visto non come un professionista competente dei problemi psicologici ma come qualcuno di cui non si conosce bene il ruolo professionale, uno ‘sconosciuto’ appunto!
Il pregiudizio nei confronti della psicologia sembra ancora oggi, per alcune persone, persistere. Un pregiudizio, come sappiamo, è un’opinione che non si basa su di una conoscenza diretta e precisa di un fatto o di una persona, ma sulla base di “voci e opinioni comuni”. Si tratta di un atteggiamento e può dunque essere trasmesso socialmente.
Talvolta emerge anche la paura di essere giudicati dallo stesso psicoterapeuta, come fosse un ‘giudice’ dei comportamenti altrui.
D’altronde la rappresentazione sociale dello psicoterapeuta è spesso influenzata dai mass media, soprattutto dal cinema che può darne una rappresentazione non realistica.
Sarebbe necessario e utile informare la popolazione, fin dalla più giovane età, sul ruolo dello psicoterapeuta e in quali circostanze può essere utile consultarlo.
Purtroppo, persino nei contesti educativi e di apprendimento, come la scuola e l’università, spesso non si spiega di cosa si occupi realmente lo psicoterapeuta.
Nella nostra esperienza clinica ad esempio, in un servizio psicologico all’interno di un’università, abbiamo costatato come gli studenti facessero richiesta di aiuto allo psicoterapeuta più facilmente e in numero maggiore, soltanto dopo aver presentato il nostro servizio presso le aule, spiegando le modalità e gli obiettivi di un intervento psicologico, confutando così le loro false credenze e pregiudizi nei confronti dello psicoterapeuta.
Molti studenti arrivavano anche attraverso il “passaparola”, a riprova che chi ha già fatto un’esperienza con il terapeuta riesce poi a sensibilizzare amici e/o colleghi.

Psicoterapia e neuroscienze
Le neuroscienze offrono sempre più un contributo importante alla ricerca nell’ambito della mente e delle relazioni umane.
Una scoperta importante, da questo punto di vista, riguarda la scoperta dei “neuroni specchio” che riescono a far luce ad esempio sull’aspetto dell’empatia.
Si è sempre detto dell’importanza che l’empatia ha nelle relazioni umane, dunque anche e soprattutto nella relazione terapeutica. Ma non si era riusciti a comprendere quale meccanismo neurologico fosse alla base di questa predisposizione umana.
La capacità di riconoscere le azioni degli altri e capirne il senso oggi ha una spiegazione scientifica, sappiamo che è legata all’attività delle cellule nervose chiamate appunto “neuroni specchio”.
La scoperta di queste cellule ci permette di capire perché osservando il comportamento di un altro, si è in grado di codificare quei movimenti in termini motori, riconoscendo cosa l’altro stia facendo quasi fosse un’esperienza personale di chi osserva.
Il nome di neuroni specchio è stato dato, infatti, a queste cellule proprio per la loro capacità di attivarsi “riflettendo” le azioni degli altri.
Per molti ricercatori, il passo dal motorio all’emozionale è breve. Questo spazio, infatti, potrebbe anche includere la percezione delle emozioni altrui, che si esprime attraverso espressioni del volto, gesti e suoni e potrebbe, pertanto, rappresentare la base neurobiologica della partecipazione empatica.
Scoprire la base dei processi fisiologici del rapporto empatico è sicuramente un importante contributo anche per la psicoterapia.
Altre ricerche, come quelle svolte in ambito della psiconeurologia, mostrano i cambiamenti che si producono nel cervello durante e dopo una psicoterapia.
Si tratta di ricerche, sebbene tuttora in corso, importanti, poiché permettono una conoscenza dei parametri psicofisiologici, attraverso l’uso di tecniche di neuroimmagine.
In effetti, come dichiara Kandel, la psicoterapia, poiché veicola cambiamenti nel comportamento, nel modo di pensare e di esperire gli effetti, può produrre modificazioni strutturali e funzionali nel cervello (Kandel 1999).

Conclusioni
La psicoterapia rappresenta dunque un contributo fondamentale per affrontare le problematiche delle persone e gli aspetti psicopatologici che ne conseguono.
La psicoterapia ad orientamento psicodinamico non include però solo la possibilità di diminuzione o remissione dei sintomi, ma rappresenta un’opportunità di crescita e di sviluppo delle risorse psicologiche dell’individuo oltre che aumentare la consapevolezza del proprio modo di essere e di funzionare.
Potremmo dunque dire che la vera finalità della psicoterapia non consiste solo nella riduzione dei sintomi dei disturbi psicologici, ma nella possibilità di promuovere qualità positive nelle persone.
Molte persone arrivano allo psicoterapeuta con l’idea che stanno sbagliando tutto, sentendosi in colpa per gli errori e i comportamenti sbagliati che sentono di mettere in pratica. Scoprire invece che percepiamo come ‘errori’ ciò che può essere considerato come opportunità di crescita e dunque di cambiamento, offre una nuova visione dei problemi e nuove prospettive.
Analisi delle emozioni, esplorazione delle motivazioni, del contesto e valutazione degli obiettivi divengono dunque punti focali per dare senso a un intervento di psicoterapia.

Articolo pubblicato nella rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica “Il Caduceo” – vol. 17 n°2 – 2015

Bibliografia

• Cionini, L. (1998) Psicoterapie. Modelli a confronto, Carocci, Roma.
• Gabbard Glen, O. (2005). Introduzione alla Psicoterapia Psicodinamica. Raffaello Cortina, Milano.
• Gallese, V., Migone, P., Eagle, M. (2006) La simulazione incarnata: I neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività e alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e Scienze Umane.
• Lis, A., Venuti, P, De Zordo, M. R. (1995) Il colloquio come strumento psicologico: ricerca, diagnosi e terapia. Giunti, Firenze.
• Northoff, G., Farinelli, M., Chattat, R., Baldoni, F. (2014) La plasticità del Sé, un approccio neuropsicodinamico. Il Mulino, Bologna.
• Rocco, D., Montorsi, A. (2010) Evoluzione della tecnica nel colloquio psicodinamico. Un percorso storico. Domeneghini Editore, Padova.
• Santonastaso, P. (a cura di) (1993) Manuale di psicoterapia, Elsevier Masson, Parigi.

CRISI D’ANSIA

“IL CADUCEO”, Rivista di aggiornamento scientifico e cultura medica, a cura dell’U.S.I. (Unione Sanitaria Internazionale).

Che cos’è l’ansia

Secondo i più recenti studi epidemiologici, i sintomi psicologici e psichiatrici più diffusi nella nostra società sono legati ai disturbi d’ansia, tanto frequenti da essere anche definiti “disturbi comuni”.

L’ansia rappresenta uno stato di allerta, una sorta di “sentinella” che il nostro organismo manifesta di fronte ad una situazione di allarme, non sempre legata a elementi di realtà e comunque vissuta in modo sproporzionato rispetto al contesto. L’ansia non va dunque confusa con la paura, che è invece una risposta emotiva ad una minaccia reale e concreta. Spesso la persona riferisce di sentirsi in ansia senza sapere il perché, come se fosse chiamata ad affrontare un’insidia indefinita e imprecisata.

L’ansia può avere molteplici cause e può essere anche ereditaria.

Non sempre l’ansia è un elemento negativo, anzi spesso ha una funzione adattiva e stimola la persona a pensare e/o preoccuparsi per qualcosa che in quel momento è utile alla sua vita.

E’ il caso dell’ansia da esame dello studente che, entro certi livelli, funge da stimolo alla preparazione e alla verifica dello studio.

Così come l’ansia del genitore alle prese con il neonato provocata dalla paura di sbagliare, di non sentirsi all’altezza della situazione.

D’altronde, è sufficiente ripensare alla propria esperienza per rievocare ricordi legati a tutte quelle situazioni ansiogene che abbiamo però affrontato senza grandi difficoltà.

Il problema si pone quando il livello di ansia supera una certa soglia e si presenta ripetutamente, facendoci sentire in balia di un disagio che può, in alcuni casi, ostacolare le normali attività della vita quotidiana e trasformarsi in sofferenza depressiva.

I disturbi d’ansia

Ciascun disturbo d’ansia ha sintomi diversi, ma tutti hanno in comune la paura e il terrore eccessivi e/o irrazionali.

Quali sono questi disturbi d’ansia? Come sono classificati?

Secondo il manuale diagnostico DSM-5 dell’American Psychiatric  Association, i disturbi d’ansia includono soprattutto:

gli attacchi di panico, l’agorafobia, il disturbo d’ansia generalizzato, la fobia sociale e altre fobie specifiche, il disturbo acuto da stress, il disturbo post-traumatico da stress, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d’ansia indotto da sostanze.

Com’è facile notare, la psichiatria classifica e raggruppa i sintomi in categorie diagnostiche.

Ovviamente una stessa persona può presentare sintomi appartenenti a disturbi diversi e una diagnosi psichiatrica è un modo per categorizzarli. Si tratta dunque di un riferimento clinico ma, come sappiamo, ogni persona va compresa nella sua totalità e nel suo contesto di vita.

Che cosa dice il manuale psichiatrico rispetto ai vari disturbi d’ansia? Vediamo, in sintesi, alcuni di questi disturbi, così come sono descritti dalla psichiatria.

Il disturbo da attacchi di panico

Il disturbo da attacchi di panico, oggi molto frequente, è caratterizzato da attacchi di terrore improvvisi, che durano un tempo limitato, accompagnati di solito da un’accelerazione del battito cardiaco, da sudorazione, senso di debolezza e/o di svenimento e vertigini.

Durante questi attacchi possono insorgere vampate di calore, brividi di freddo, formicolio o sensazione di addormentamento alle mani, nausea, mal di stomaco e sensazione di soffocamento. I soggetti colpiti possono arrivare a percepire una sensazione di straniamento, il timore di perdere il controllo e la paura di una catastrofe imminente.

Oltre ciò, la crisi di panico genera un’altra paura, ovvero quella dei propri sintomi fisici, sintomi che apparentemente sembrano inspiegabili. Tra questi, il più insidioso è il terrore di non essere in grado di prevedere dove e quando si verificherà l’attacco successivo. Lo stato di attesa fa aumentare la preoccupazione, che sfocia in una paura vera e propria, generando un circolo vizioso.

Una delle ulteriori insidie legate agli attacchi di panico risiede nel fatto che chi ne è colpito potrebbe confondere i sintomi con quelli degli attacchi di cuore o altre manifestazioni fisiche importanti.

Un esempio di un attacco di panico, descritto da una persona, potrebbe essere il seguente:

“all’improvviso ho avvertito  che la vista faceva brutti scherzi, tremavo e il cuore batteva forte, mi mancava l’aria, respiravo male… pensavo di morire…. Da quando sono iniziati gli attacchi  ho paura che se ne verifichino altri e ho paura di tornare nei luoghi dove mi è già capitato, mi rendo conto che devo essere aiutato…”

Ovviamente i sintomi possono variare da persona a persona.

Avere un disturbo di panico vuol dire dunque ritrovarsi, improvvisamente, e senza alcuna ragione apparente, in uno stato di terrore che induce a pensare che stia per accadere qualcosa di tremendo, tanto che a volte il mondo potrebbe apparire come irreale.

Fortunatamente l’attacco di panico è breve, nella maggior parte dei casi dura pochi minuti, generalmente meno di mezz’ora.

Molti di questi sintomi sono provocati da iperventilazione che comporta un’espulsione di un’eccessiva quantità di anidride carbonica.

La presenza di fattori neurofisiologici nell’attacco di panico rende difficile comprenderne l’aspetto psicologico, anche se in molti casi è proprio la situazione di forte disagio che si vive o che si è vissuto in una determinata situazione che è alla base dei sintomi.

Esperienze di forte paura e angoscia vissute in passato sembrano infatti lasciare tracce nel cervello, soprattutto a livello dell’amigdala, che è la prima struttura cerebrale a essere attivata di fronte a tali esperienze.

I sintomi degli attacchi di panico possono dunque attivarsi anche in quelle esperienze che ci ricordano, in qualche modo, quelle del passato. Ecco perché è importante analizzare il contesto e il vissuto di chi vive una crisi di panico insieme a tutti gli altri fattori che possono essere causa del disturbo.

A titolo di esempio, presento una breve descrizione di un consulto psicologico chiesto da un uomo, il signor F., di 45 anni che per circa tre mesi presentava disturbi di panico, con vari sintomi quali: sudorazione, palpitazioni cardiache e problemi respiratori. Escluse eventuali cause organiche, si è iniziati a valutare l’aspetto psicologico.

Apparentemente non sembravano esserci situazioni particolarmente stressanti, tutto procedeva normalmente sia dal punto di vista lavorativo che affettivo. “Tutto procede come sempre, non mi sembra ci siano cose nuove”, ripeteva a ogni colloquio.

Al terzo colloquio, stimolato a riflettere in modo più articolato sugli episodi recenti della sua vita, riferisce di un incidente avuto dalla figlia di sei anni mentre praticava uno sport. Nulla di grave, dirà, ma la tensione in famiglia è stata molto forte, sono passati quattro mesi e ancora si respira un clima pesante in famiglia, soprattutto da parte della moglie.

F. riferisce dell’incidente della figlia come di un episodio tra i tanti cui non sembra dare troppa importanza. Alla domanda su come si sia sentito quando ha appreso della notizia dell’incidente, è lui stesso a riferire che  non aveva dormito la notte e che nelle notti seguenti ricorda di aver fatto brutti sogni e ancora oggi fatica ad addormentarsi.

F. è un uomo non abituato a dare importanza alle reazioni emotive anzi, sembra piuttosto orientato a controllare le emozioni e a non lasciarsi andare, come lui stesso dirà in seguito.

Nel cercare di parlare dell’accaduto F. rievoca un incidente accaduto a lui stesso all’età di dieci anni mentre giocava a pallone. Ricorda come la madre fosse stata tutto il tempo in apprensione senza dormire la notte. Lo ricorda come uno dei periodi più brutti della sua vita. Nessuno lo aveva rassicurato sull’esito di un piccolo intervento che dovette fare. In particolare, F. racconta di una forte ansia vissuta quando pensava al suo futuro da adulto.

Il recupero di questo ricordo messo in relazione con l’incidente attuale permise a F. di comprendere come fosse effettivamente molto preoccupato per sua figlia e capii che molte paure erano le stesse vissute da bambino durante l’incidente.

Successivamente a questo lavoro psicologico, a distanza di un mese, i sintomi della crisi di panico iniziarono a diminuire e, dopo due mesi, la situazione tornò nella normalità.

Un controllo a distanza di tre mesi permise a F. di verificare come i sintomi fossero ormai un ricordo e, per prevenire eventuali ricadute, decise anche di farsi prescrivere una terapia farmacologica per un periodo limitato.

Disturbo d’ansia sociale (fobia sociale)

Un altro disturbo d’ansia è quello legato a un’ansia sociale, detto anche fobia sociale.

Questo disturbo si esprime con la paura marcata e persistente di poter fare esperienze umilianti o imbarazzanti in una o più situazioni sociali nelle quali si è esposti a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri.

Ecco cosa riferiva una giovane donna durante un consulto per un disturbo di questo genere:

“Ogni volta che mi avvicinavo alla scuola dove lavoravo come insegnante iniziavo ad avvertire paura e un senso d’insicurezza, provavo spesso mal di pancia, quando poi entravo nella classe dei miei studenti sentivo tutti gli occhi puntati addosso, non vedevo l’ora di uscire da quella situazione che vivevo come terribilmente umiliante, se un gruppo di ragazzi iniziava a ridere ero sicura fosse per colpa mia e che ridessero di me…”.

In questo tipo di disturbo è frequente temere di svolgere compiti sociali (quali parlare ad uno sconosciuto o ad un pubblico più ampio) per paura di esporsi a valutazioni negative da parte degli altri.

La paura del giudizio degli altri è, generalmente, l’aspetto centrale della fobia sociale.

Può accadere che la persona possa avere un atteggiamento molto critico nei confronti di se stessa. E’ così che si finisce per evitare o sopportare una serie di situazioni avvertite come troppo ansiogene.

Non dimentichiamo però che è assolutamente normale e accettabile essere timidi e sentirsi in imbarazzo in certe situazioni o avere timore di essere umiliati, si tratta di aspetti legati alla stessa condizione umana.

Vanno tenuti poi in considerazioni anche fattori culturali. Ciò che è considerata normale discrezione in alcuni Paesi, in altri potrebbe apparire come un comportamento di evitamento sociale.

Il contesto sociale in cui viviamo può dunque ostacolare o favorire le relazioni, aumentando o diminuendo il timore di essere giudicati dagli altri.

L’ambiente scolastico rappresenta un classico esempio. Un insegnante di mentalità aperta, che tiene conto degli aspetti personali di ciascun alunno, otterrà probabilmente una maggiore collaborazione sociale all’interno del gruppo-classe. Al contrario, un atteggiamento rigido e controllante potrebbe ostacolare la fiducia negli altri e provocare un senso d’inferiorità e/o di passività.

Le persone affette da fobia sociale sono generalmente consapevoli che le paure legate alle occasioni sociali sono eccessive e irragionevoli. Ciononostante, non sono in grado di superarle.

Tra i sintomi più frequenti può esserci il rossore, la sudorazione, la difficoltà a parlare, il tremore o anche la nausea.

Per quanto riguarda i più giovani, alcune ricerche dimostrano come l’ansia sociale possa aumentare in conseguenza della dipendenza da internet, dipendenza che può trasformarsi in un vero e proprio problema psicologico denominatoInternet Addiction Disorder (I.A.D.).

Il rischio di Internet è di restare intrappolati nella rete, un numero sempre maggiore di giovani, ma anche meno giovani, “navigano” in connessioni sempre più lunghe, isolandosi dagli altri, alterando anche il ritmo sonno-veglia.

Inizia così una marcata riduzione d’interesse per altre attività che non siano Internet.

Se l’uso del web diventa così massiccio, è evidente come questo possa condurre la persona a frequentare meno gli altri, riducendo così le sue esperienze di socializzazione e allontanandosi dalla realtà.

Sembrerebbe proprio questa riduzione di relazioni con gli altri una delle cause della fobia sociale: laddove manca un’esperienza diretta di rapporti e di scambi sociali, è infatti più facile sentirsi inadeguati di fronte agli altri.

C’è da considerare inoltre, come oggi, nell’ambito delle relazioni famigliari, sia carente un’educazione volta alla fiducia e all’autonomia. Molti bambini, infatti, crescono diffidenti e bisognosi, con notevoli difficoltà a cavarsela da soli. Bambini che si trovano spesso in difficoltà ad esprimere una sana aggressività.

Un’educazione dunque orientata più alla paura che alla curiosità e alla scoperta del mondo circostante.

I genitori andrebbero aiutati nella gestione di questo tipo di ansie generate soprattutto da un contesto sociale che spesso alimenta la paura nei confronti degli altri anziché favorire la conoscenza e il rispetto per le differenze culturali e sociali insite nell’attuale società.

La conseguenza di questo tipo di atteggiamento educativo e sociale è  l’aumento dell’ansia e dell’iperattività nei bambini.

Quando l’ansia sociale acquista una certa importanza nella vita di una persona, tale da impedire di gestire le proprie attività lavorative e sociali, è fondamentale chiedere un parere a un esperto per comprenderne le cause e poterle affrontare.

Diversi sono gli approcci psicoterapeutici per questo tipo di disagio. A mio modo di vedere, possono essere utili, oltre alla psicoterapia individuale, anche quegli interventi di gruppo, dove è possibile confrontarsi con gli altri, mettersi in gioco, in un luogo dove ci si possa sentire protetti e permettersi di ‘uscire allo scoperto’, sperimentando comportamenti sociali e insieme elaborando le dinamiche che sottostanno all’insicurezza e alla paura di esporsi.

Disturbo d’ansia generalizzato

Oltre all’ansia sociale, un altro tipo didisturbo è quello d’ansia generalizzato.

Le persone che soffrono di questo disturbo tendono a vivere in preda ad una tensione e preoccupazione costanti, anche laddove non dovrebbe esserci nulla d’importante a preoccuparli.

Una tendenza a una visione sempre piuttosto pessimistica, un’eccessiva preoccupazione per la loro salute o per le questioni famigliari e lavorative. E’ come avere una mente che non si ferma mai e le tipiche sfide della vita quotidiana diventano solo occasione di eccessive preoccupazioni.

Preoccupazioni che possono provocare una serie di sintomi, ad esempio sintomi cognitivi che provocano scarsa concentrazione, indecisione, pensieri catastrofici, oppure sintomi dell’umore, quali il sentirsi fortemente demoralizzati o irritabili ma anche sintomi fisici come la tensione muscolare, l’insonnia, il mal di testa, la sudorazione, la nausea, la diarrea, la necessità di andare in bagno frequentemente.

In questi casi si tenderà a cercare continue rassicurazioni dagli altri, con l’effetto opposto di non sentirsi mai veramente rassicurati del tutto.

Dal punto di vista della diagnosi, bisogna fare attenzione a questo tipo di disturbo. Esistono infatti normali preoccupazioni, intrinseche e anche adattive a varie situazioni della vita e il rischio che si corre talvolta è di sovradiagnosticare questo disturbo.

E’ necessario infatti tener conto degli aspetti sociali, culturali e ambientali in cui la persona vive, aspetti che possono essere fonte di forti preoccupazioni e di ansia. Così come è importante tener conto delle convinzioni e delle false credenze che ognuno si porta con sé fin dall’infanzia e che possono condizionare la rappresentazione che abbiamo di noi stessi e del mondo esterno.

Diverse ricerche dimostrano come anche l’ambiente possa favorire l’aumento dell’ansia. E’ il caso della ricerca effettuata dal gruppo di ricercatori canadesi del Douglas Institute for Mental Health, affiliato alla McGill University. Questa ricerca dimostra che chi vive in grandi città ha maggiori possibilità di diventare eccessivamente sensibili agli stimoli stressogeni. Un dato già noto, ma ciò che hanno voluto verificare i ricercatori canadesi è la differenza, a livello del cervello, tra chi vive in una grande città e chi vive in campagna, attraverso un test, il Montreal Imaging Stress Task (MIST) che si può eseguire con la risonanza magnetica funzionale.

I risultati dell’imaging dimostrano che chi vive in città, attiva in modo maggiore l’amigdala, struttura coinvolta nei meccanismi come la paura e ha un modo diverso di processare e valutare gli stress, soprattutto per quanto riguarda le situazioni d’interazioni sociali.

Vivere in città dunque comporterebbe una maggiore possibilità di stimoli ansiogeni e una reattività eccessiva agli stimoli esterni negativi, necessaria peraltro a sopravvivere in un ambiente più caotico e più rumoroso.

I ricercatori sono ben consapevoli che le cause di queste differenze cerebrali coinvolgono vari aspetti, dall’inquinamento al sovraffollamento, ma affermano che la causa è legata soprattutto agli stress sociali, ovvero il tipo e le modalità di interazione tra le persone tipica della grande città.

Sembra inoltre che l’ambiente della città possa potenziare gli effetti negativi di ogni genere di stress, compreso quello legato alle differenze socioeconomiche o alla difficoltà di creare delle gratificanti relazioni sociali.

Questo tipo di ricerca interdisciplinare tra neuroscienze e sociologia rappresenta un contributo importante per la comprensione di fenomeni sociali e psicopatologici. Un contributo che, si spera, possa promuovere politiche per un miglioramento nella qualità della vita e rendere più vivibili le città anche da un punto di vista delle relazioni umane oltre che ambientale.

Non solo l’ambiente ma anche lo stile di vita può condizionare i livelli di ansia, come dimostrato, ad esempio, dall’indagine svolta in Australia dai ricercatori del Centre for Physical Activity and Nutrition Research della Deakin University dell’Australia e pubblicata sulla rivista BMC Public Health.

Questa indagine mostra una evidente correlazione tra stile di vita sedentario e l’aumento del livello di ansia. Molte persone tendono oggi a dedicare troppo poco tempo al movimento fisico trascorrendo, gran parte del loro tempo, seduti.

E’ risaputo che anche solo una moderata attività fisica, oltre ad offrire benefici al corpo, è in grado di modificare la complessa struttura biochimica del cervello, grazie al coinvolgimento di endorfina, dopamina, serotonina e noradrenalina, i principali composti ormonici molecolari endogeni che possono innalzare il tono dell’umore e provocare un rilassamento generale psicofisico.

Conclusioni

Per comprendere a fondo un problema psicologico, di qualsiasi natura esso sia,  va dunque contestualizzato, analizzato nel suo contesto sociale e culturale.

Anche altri generi di disturbi d’ansia, ad esempio quelli legati alle fobie specifiche vanno interpretati e compresi tenendo conto del contesto in cui avvengono, altrimenti il rischio è di interpretare situazioni e sintomi attraverso un pregiudizio di tipo individualistico.

Le fobie sono una reazione d’ansia che si concentra su un oggetto o situazione specifica che la persona tenta di evitare. Nella maggior parte dei casi, la reazione di paura è del tutto sproporzionata rispetto alla sua causa.

Ogni intervento psicologico dunque, deve tener conto non solo dei sintomi che la persona presenta ma anche della relazione individuo-contesto.

L’aspetto socio-economico ad esempio può offrirci indicazioni importanti per comprendere l’aumento dell’ansia in determinati contesti.

Da questo punto di vista le problematiche della società attuale rendono sicuramente più difficoltosa la gestione della propria vita, provocando reazioni emotive e sintomatologiche importanti.

La perdita di lavoro e la mancanza di speranza nel futuro possono generare ansie particolarmente intense, sia nei giovani sia nei meno giovani.

Un’epoca, la nostra, definita dai sociologi “epoca dell’incertezza”, in cui i sentimenti di appartenenza e condivisione sociale sembrano lasciare il posto alla competitività, all’individualismo e al cinismo.

Anche il senso di solitudine, soprattutto tra i giovani, sta aumentando, nonostante ci siano sempre più luoghi di incontro e la possibilità di comunicare attraverso i social network.  Non è sufficiente però essere in tanti in un luogo per evitare il senso di solitudine, poiché si può stare vicini senza però conoscersi veramente, si può stare in mezzo a tanta gente, senza che vi sia un’autentica vicinanza psicologica e affettiva.

Nuove forme di solitudine infatti caratterizzano la nostra società provocando reazioni d’ansia e disagi psicologici anche profondi.

Di fronte a questi problemi, sempre più persone chiedono aiuto ai servizi psicologici.

La prima cosa da fare, per affrontare le crisi d’ansia, è valutare i sintomi del disturbo. Bisognerà innanzitutto che un medico escluda condizioni fisiche e malattie che hanno l’ansia come sintomo, anche se, nella maggior parte dei casi, la fonte di informazioni diagnostiche più importante è legata alla storia psicologica e sociale della persona.

La psicoterapia generalmente permette di gestire e affrontare le crisi d’ansia per il fatto stesso che, all’interno di una relazione terapeutica, non solo si fa esperienza di una relazione significativa, ma si ridisegna soprattutto il quadro complessivo della persona: laddove c’era un disagio, un senso d’inadeguatezza per i propri vissuti, subentra una maggiore consapevolezza di sé nel contesto sociale, si riconosce e si scoprono quelle risorse personali che potrebbero essere state dismesse proprio dalla paura e dell’ansia.

Una giovane donna disse, ad un corso dedicato al tema dell’ansia: “l’ansia si può superare, bisogna trovare però il coraggio di guardarla in faccia… la paura se affrontata diventa coraggio, la paura evitata può invece diventare panico!”.

Com’è risaputo, le emozioni possono essere agite o pensate. La psicoterapia ha il compito di aiutare la persona a pensare le emozioni, a riconoscerle dentro il contesto in cui si esprimono, affinché si possa approdare a una dimensione più accettabile e più umana di sé e delle proprie problematiche.

Bibliografia

Allen F., La diagnosi in psichiatria, Raffaello Cortina Editore, Milano. 2014

Autori vari, Manuale diagnostico psicodinamico, Raffaello Cortina Editore, Milano. 2008

Glen O. G., Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano. 2007

Valcarenghi M., L’insicurezza, Bruno Mondadori, Milano. 2005

Mario F. , L’ansia, Il Mulino Editore, Bologna. 2003

Powered by Joinchat